In questa sezione troverete curiosità  di ogni argomento da leggere sugli usi e costumi  ne sul mondo giapponese.
Cultura
CAMELIA Giapponese


La Camelia Giapponese è un arbusto sempreverde che, col tempo, assume discrete dimensioni fino a divenire un albero alto dai 5 agli 8 metri, con chioma ovato rotondata negli esemplari più annosi; la corteccia è liscia e grigia, il legno durissimo e compatto. Le foglie sono alterne, picciolate (8-15 mm), grandi (6-12 x 3-7 cm), lisce e glabre, ellittiche od oblunghe, acuminate, più o meno acutamente dentate, coriacee, di colore verde carico e lucide sulla pagina superiore, più chiare ed opache al rovescio.
Presenta gemme voluminose, circondate da perule distiche ed imbricate. La fioritura ha luogo, nei nostri climi, fra dicembre e aprile, principalmente nel mese di marzo; i fiori sono solitari ed ascellari, muniti di corto peduncolo e di calice coriaceo, formato da alcuni sepali ovati, verdastri ed embricati, poi caduchi; la corolla è composta generalmente da 5 petali connati alla base, di consistenza carnosa, cuoriformi, grandi, di colore variabile fra il rosa, il bianco ed il rosso scuro.

Nelle numerosissime cultivar ottenute partendo dalla specie selvatica ora descritta, si assiste a modificazioni anche notevoli a carico dei fiori. Oltre al colore, che spazia tra il bianco, bianco carneo, rosa, rosso, porpora e violaceo, con infinite tonalità intermedie, i fiori assumono forme riconducibili a tre specifiche categorie: semplici (fino a due giri di petali, ma mai completi), semidoppie (a loro volta suddivisibili nei tre gruppi morfologici: con corolla irregolarmente imbricata; a forma di anemone; a forma di peonia), doppie (con corolla avente numerosi giri di petali, sempre più di 4, che generalmente si sovrappongono e diminuiscono di dimensioni procedendo verso il centro).


SHODO

In Oriente la calligrafia è intimamente legata alla pittura, è una vera e propria forma d'arte, una pratica di vita e spirituale.
La parola Shodo ,"arte della calligrafia", è composta da due ideogrammi che significano rispettivamente "arte della scrittura" e "via, percorso morale, insegnamenti di vita".
La traduzione che consente di avvicinarsi di più al suo significato più profondo è dunque "ricerca e comprensione della vita tramite la pratica della calligrafia".
E' innanzitutto una disciplina che implica un lungo apprendistato e una pratica costante.
  Un buon pittore è prima di tutto un buon calligrafo, dal momento che l'apprendimento delle due arti avviene parallelamente: entrambe infatti sono accomunate dai medesimi principi, utilizzano i medesimi materiali e si eseguono con procedure analoghe.
Come la vera pittura l'arte dello SHO richiede una padronanza del tratto, l'immediatezza del gesto, la continuità del ritmo, il controllo della forza impressa al pennello e non tollera ritocchi o correzioni.
Lo Shodo è un'arte antica che si pratica con strumenti tradizionali e tuttavia sempre aperta a qualsiasi possibilità di arricchimento dello spirito e di espressione.
Pare che un grande maestro di calligrafia riferendosi al modo con cui impugnare il pennello abbia detto: "Se intendi scrivere un tratto, una linea, una curva, sia nello stile regolare che nel corsivo devi scrivere con tutta la tua forza". In altre parole ogni tratto, ogni ideogramma è un'espressione della forza dell'artista, intesa come la sua interiorità, la sua anima.
Una composizione rigida, regolare non si può chiamare calligrafia. La simmetria è abbandonata per realizzare una prospettiva spaziale con più fuochi. Si ricerca l'equilibrio nell'irregolarità e nell'asimmetria. Anche quando i tratti del pennello e i caratteri sono organizzati in posizioni apparentemente sbilanciate, vi è tuttavia uno scheletro stabile che lega ogni elemento e ne costituisce l'armonia.
Un altro grande calligrafo e poeta diceva: "Lo spirito deve essere tondo e il principio con cui si scrive è il cerchio". I gesti del calligrafo infatti si compiono su percorsi circolari, senza soluzione di continuità, immediati e ritmati.
Su un foglio bianco di carta di riso le tracce di un pennello espandono inchiostro nero. Linee scure, morbide, sinuose, forti, energiche, aspre, sembrano disporsi casualmente nello spazio, in libertà. Ad uno sguardo appena più attento subito appare evidente un ordine di composizione, emergono rapporti di pieni e vuoti, armonici e contraddittori. Si percepisce un ritmo, un fluire di gesti, una variabilità dell'intensità e ancora dell'altro, qualcosa che affascina lo spirito e lo rapisce in contemplazione, la stessa in cui è immerso l'artista mentre realizza l'opera.


La cerimonia del te'

Questa tradizione risale al XIII secolo, perpetuata dai monaci buddhisti Zen per raggiungere mentalmente e fisicamente la spiritualità. È nel XV secolo che si assiste alla cerimonia del tè in tutta la sua perfezione rituale, un capolavoro di raffinatezza alla corte imperiale. Il Maestro del tè governa ogni fase della cerimonia dalla scelta della grandezza della camera, al numero degli invitati, alla disposizione degli utensili, sino al servizio.
La teiera, il vassoio e la ciotola vengono puliti con un panno di seta chiamata fukusa. La ciotola viene quindi lavata con acqua bollente che viene presa dal tradizionale bollitore in ferro mantenuto in caldo sopra a della carbonella di legna. In seguito, con dei gesti solenni, si misura con estrema cura la polvere di tè verde nella ciotola con l'aiuto di un lungo cucchiaio da tè in bambù. Si versa quindi l'acqua, che deve essere la più pura, la più fresca e al giusto grado di temperatura senza che abbia bollito o sobbollito eccessivamente. Il tè viene poi sbattuto con un chasen, un frusta di bambù fatta a mano al fine di produrre una schiuma verde giada.
La tecnica richiede anni di esperienza, un gioco di polso grazioso ed elegante al tempo stesso. Infine si beve il tè a piccoli sorsi per apprezzarne ogni sfumatura dell'aroma. Il Giapponese dedica circa 40 minuti per una semplice cerimonia del tè, ma si devono calcolare diverse ore se la cerimonia è accompagnata dal tradizionale kaiseki, il pasto tradizionale servito con la stessa eleganza nella gestualità e altrettanto simbolismo.


Ricevere alla giapponese

Se desiderate organizzare una cena alla giapponese è bene sapere che il pasto, in Giappone, non è relegato alla funzione primaria di mangiare per nutrirsi, ma fa parte integrante dell'arte nella sua forma più pura.
Il cibo deve essere bello a guardarsi, non soltanto al momento in cui viene servito ma già prima di essere cotto: le fette devono essere regolari, le guarnizioni devono creare piacevoli effetti di colore, tutto deve sempre essere una carezza per l'occhio. Insomma, le presentazioni sono come dei quadri, ogni cibo ha il proprio posto su uno stesso vassoio o in piccoli recipienti (di vetro o ceramica per cuocere vivande al fuoco o a bagnomaria) separati. È un'arte, questa, che necessita di tempo quando non si ha il senso della poesia.
Dal lato utensili, ogni pasto viene consumato con delle bacchette e questa semplice novità apporterà al vostro ricevimento un tocco di gaiezza. I piatti sono molto diversi dai nostri, perché sono scelti in funzione non uno dell'altro, ma ciascuno di ciò che deve contenere; ogni cucina giapponese ne possiede una grande varietà, adatti ad ogni varietà di cibo. Il colore è la cosa più importante, e subito dopo viene la forma. Raramente i giapponesi usano piatti bianchi; perlopiù ne hanno con disegni di pesci, frutti e verdure, in una varietà di colori. Il principio di fondo è quello dell'armonia di colore e forma fra il piatto e il cibo che esso contiene.
Non disponendo di piccoli piatti tipicamente giapponesi, potete utilizzare delle tovagliette di bambù, dei ventagli, dei piccoli recipienti ecc. Ogni cibo ha il suo piatto, la sua coppetta. Bisogna saper moltiplicare i piccoli piatti.
Niente tovaglia ma una tavola nuda, depurata. E neppure tovaglioli. Prima di iniziare il festino, si servirà a ciascun invitato una oshibori (tovaglietta di spugna arrotolata) umida e calda; per facilitare il compito inumidire nell'acqua fredda, strizzare, arrotolare e disporre in un piatto rettangolare. Riscaldare le salviette al microonde, e servirle con delle pinze (quelle che si utilizzano per girare gli alimenti sul grill). A fine pasto, si offrirà a ciascun invitato una ciotolina di acqua calda profumata con una fetta di limone che serve anche a sgrassare le dita.
Questione pratica, non c'è da andare e venire dalla sala da pranzo alla cucina. Tutti i piatti sono sulla tavola, affinché gli invitati possano creare essi stessi le armonie che desiderano. La cucina si fa davanti agli invitati e si portano tutti i cibi da cucinare graziosamente presentati su un grande piatto. Si può, in alcuni casi, utilizzare degli scaldavivande per mantenere caldi il sakè, il tè verde, la zuppa che si versa in una ciotolina verso la fine del pasto per facilitare la digestione.
Settore bevande, del Sakè, questo "vino" di riso che si beve ben caldo in tazzine di porcellana senza anse.
Gli spaghetti si mangiano portando la ciotola vicino alla bocca. Si prendono allora con le bacchette un po' di spaghetti che si aspirano rumorosamente, segno di soddisfazione e di etichetta.
Bisogna sapere che il pasto giapponese non comporta alcun dessert, salvo che in rare occasioni. Si termina generalmente con un frutto di stagione: pera giapponese, kaki ecc.




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